sommarioLo Strillone online 2008

Morire di droga a New York: racconto a sfondo morale

Responso: una su due

Mi chiamo Samantha, sono una tipica quindicenne newyorkese che vive in pieno centro di New York in una grande villa. Vengo da una ricca famiglia composta da quattro fratelli: 2 femmine e 2 maschi.
I miei genitori lavorano entrambi in Tv: la mia mamma, Tiffany, ha 40 anni e conduce un famoso programma americano, mentre il mio papà, Robert, ha 42 anni ed è il capo del servizio giornalistico di Washington Dc.
Io frequento la seconda ginnasio, mentre il mio fratello maggiore, Zac, frequenta l'ultimo anno della mia stessa scuola e, ovviamente, ha 18 anni.
Sophia è la mia favolosa sorellina di 6 anni che frequenta il suo primo anno di scuola elementare.
Infine c'è Mark, che ha 10 anni, è in quinta elementare e non vede l'ora di andare alle medie perchè si sente tanto grande, anche se io credo che non lo sia per niente. Questo è il motivo delle nostre quotidiane liti.
Vi assicuro che non è per niente facile vivere nella mia famiglia, soprattutto perchè i miei genitori mi proibiscono di fare le stesse cose che fa Zac, ad esempio partire per la California con la mia compagnia o andare, quando si vuole, in discoteca.
Forse hanno ragione, sono troppo piccola, ma lo capisco solo dopo averli aggrediti con i soliti discorsi da adolescente del tipo "anche le mie amiche ci vanno..i loro genitori glielo permettono.."ecc..
Però, e questa cosa mi ha davvero colpita, lo scorso sabato mattina quando ho chiesto per l'ennesima volta di andare in discoteca con Elizabeth(la mia migliore amica), mi hanno dato una semplice risposta: "Vai.." . Devo dire che sono rimasta scioccata da questo loro comportamento e ho chiesto continuamente delle spiegazioni, anche se si limitavano a ripetere decine di volte questa parola.
Ne sono rimasta felice, anche se, come ho già detto, molto scioccata. Così, non mi sono fatta perdere l'occasione, ho chiamato Elizabeth e le ho dato la bella notizia. Anche lei era sconvolta dal comportamento dei miei genitori, che non mi hanno nemmeno dato un orario di rientro a casa.
Ci siamo trovate a casa sua alle otto di sera, per poi dirigerci alle nove in discoteca.
Eravamo le più piccole, anche perchè l'età minore per poter entrare in discoteca era 15 anni.
All'interno c'era molta gente; luci accecanti che bruciavano gli occhi e musica assordante che non ti faceva capire niente. C'era gente che beveva, che si prendeva a pugni, gente bianca e di colore che ballava. Io ed Elizabeth amiamo ballare e ci siamo lasciate andare.
Abbiamo preso un bicchiere di coca-cola e siamo andate a ballare tenendocelo in mano per paura che ci mettessero dentro della droga.
Passate tre ore siamo uscite un pò e abbiamo appoggiato il bicchiere sul bancone. Avevamo bisogno di prendere un pò d'aria: ci sentivamo stordite e stanche.
Rientrate, siamo tornate a ballare e  dopo un pò abbiamo preso i nostri bicchieri e abbiamo bevuto.
Un bruciore alla gola, un colpo di tosse. Sono questi i sintomi che ci hanno spinte al bagno. Sforzi di vomito che poi ci hanno svuotato la pancia.
Ci girava la testa, e piano piano siamo diventate giallastre in viso. Elizabeth è svenuta nelle mie braccia mentre io cercavo di tirarla su con le poche forze che mi erano rimaste.
Siamo uscite dal locale, abbiamo preso il motorino e piano piano siamo andate a casa sua a dormire. Fortunatamente i suoi genitori non c'erano e così non hanno potuto vedere il nostro stato così tragico.
La mattina dopo ci siamo svegliate e ci sentivamo bene. Ci ricordavamo a malapena l'accaduto della sera prima, ma siccome non avevamo brutti sintomi, abbiamo continuato normalmente la giornata: io sono tornata a casa mia, e sono stata in compagnia della mia famiglia.
Ma poi sono andata in bagno e ho vomitato come la sera prima. Ho capito che era successo qualcosa: mi bruciava la gola e tossivo come la sera prima. Ho chiamato Elizabeth e le ho raccontato tutto. Lei ha detto che aveva passato la notte in bianco vomitando e barcollando per la casa. Poi, per consolarmi mi ha detto che avrebbe chiamato un suo amico Dee-Jay in discoteche. Questi ci avrebbe saputo dire cosa ci era successo. Dopo un pò ho sentito lo squillo del telefono: era Elizabeth: "Samantha, ci hanno messo una pasticca di droga nel bicchiere, me l'ha detto il mio amico Dee-Jay.." .
Quella voce terrorizzata e rauca di Elizabeth mi ha fatto venire il cuore in gola. Mi sono guardata allo specchio. Ero gialla. Ormai erano passate due settimane dalla nostra prima volta in discoteca e forse avevano continuato a mettere altre pasticche nei nostri bicchieri quando eravamo lì perchè vomitavamo sempre quando tornavamo a casa.
Allora io ed Elizabeth ci siamo incontrate a casa di questo suo amico che ci ha dato la brutta notizia. Ci avevano drogate ed ora eravamo dipendenti.
Riflettendo ci siamo rese conto che avevamo sempre bisogno di pasticche, e quindi abbiamo capito che eravamo in crisi di astinenza.
Richard. l'amico Dee-Jay di Elizabeth, ci ha spiegato che molte persone che vanno in discoteca tornano a casa drogate, anche se, contro il loro volere.
Era il nostro caso: drogate contro il nostro volere.
Non mi sembrava neanche vero, avrei dovuto ascoltare i miei genitori: loro, quando dicono di no lo fanno solo per il bene di noi ragazzi. Che sciocca, adesso me ne rendevo conto, solo dopo essermi drogata.
Richard non voleva spaventarci troppo e ci ha detto che tante persone sono riuscite a tirarsi fuori dalla tossico-dipendenza. Ma io ed Elizabeth sapevamo bene che eravamo in un grande pasticcio: a scuola nostra venivano, una volta al mese, due esperti a parlarci di droga. E ci hanno sempre detto che può portare alla morte.
Ho pensato subito che i miei genitori mi avevano dato il permesso di frequentare le discoteche così facilmente perchè erano esausti delle mie scene quotidiane e che volevano mandarmi per farmi assistere di persona a questo tragico problema.
La cosa era una sola: dirglielo. Forse avrei perso la loro fiducia per sempre, forse non mi avrebbero più mandata da nessuna parte e non mi avrebbero più voluta vedere, ma dovevo provare.
"Beh, tanto vale rischiare...ormai sono già nel pasticcio" mi sono detta.
Sono tornata a casa e sono andata a parlare in cucina alla mia mamma.
"Mamma, ti devo parlare.." le ho detto.
"Ciao Samantha...dimmi" mi ha risposto.
"Vedi, la mia prima volta in discoteca con Elizabeth...non è andata poi così bene...".
"Mmh...e con questo dove vorresti arrivare?".
"So che non mi vorrai più vedere, nè mandare da nessuna parte e so che non mi crederai mai più, ma dovrei dirti che durante la serata io ed Elizabeth siamo uscite e quando siamo rientrate abbiamo preso i nostri bicch..." .
"Ok...Samantha so tutto, non serve che mi racconti niente..." mi ha interrotto.
"Sai tutto? E come fai a saperlo?".
"Le mamme sono le prime a sapere quello che capita ai figli" rispose.
"Ok, comunque mamma mi dispiace, ti ho delusa lo so...ma perfavore aiutami e non dire niente ai genitori di Elizabeth: loro sono molto severi".
La mia mamma prendendomi per mano, mi ha detto: "Sei stata stupida, non dovrei farlo perchè dovresti pagarne le conseguenze ma, sono tua madre e non posso perderti".
Mi portò in ospedale per disintossicarmi. Il processo di disintossicazione durò solamente tre mesi perchè non ero completamente drogata. Dopo i tre mesi passati in ospedale tornai a casa e mi sembrava di essere come nuova. La mia vita ricominciò. Tornai a casa alle sette dopo essere uscita con le mie amiche, mangiai e alle dieci andai a dormire. Di notte sognai Elizabeth. La mattina dopo mi venne in mente che lei era ancora drogata. Mi alzai alle otto, chiamai imediatamente a casa sua e rispose sua madre:
" Pronto..."  disse la madre di Elizabeth, Christiana.
"Pronto sono Samantha, c'è Elizabeth?" chiesi.
"No, Elizabeth non è rientrata questa notte. E' molto strana in questo periodo. Prova a chiamarla al cellulare. Mi dispiace..." rispose.
"Grazie, arrivederci" dissi inutilmente perchè la linea era caduta.
Chiamai Elizabeth al cellulare, ma non rispose. Ero molto preoccupata. Chissà dov'era in quel momento. Mi vestii e andai in cerca di lei per tutta New York..
C'era una ragazza con i capelli neri sotto un ponte, molto simile alla mia migliore amica.
"Elizabeth è bionda" mi dissi.
Ma chissà, magari era lei. Così mi buttai dalla recinzione e andai sotto al ponte. La chiamai da lontano.
"Elizabethhhhhhhhh????" urlai.
"Che c'è?" una voce rauca rispose.
Era lei. Le corsi incontro.
"Elizabeth ciao! Sono Samantha! La tua migliore amica! Mi sono disintossicata...ora sto benissimo. Tu come stai?" chiesi.
"Ciao Samantha, è un pò che non ci vediamo. Io sto bene. Un amico mi ha procurato della droga e non ho più crisi" disse.
"Cosaaa? Vieni con me, ti porto a disintossicarti"le urlai.
"Sto bene...non ti preoccupare. Non ho bisogno di nessun dottore. Devo andare, ci vediamo domani a scuola" e scappò.
La rincorsi, ma quando girò l'angolo non la vidi più.
A scuola non c'era. Alla sera tornai sotto il ponte ed Elizabeth era lì. Era distesa con una siringa vicino. Gli occhi chiusi. Era serena.
Cercai di svegliarla.Non si muoveva. Mi spaventai. La scossì per dieci minuti consecutivi, poi chiamai un'ambulanza. La portarono in ospedale, ma non ci fu nulla da fare. Il suo cuore si era fermato. Svenni sopra di lei. Il mio dolore era troppo forte. Quando mi svegliai ero in pianti, disperata come la madre di Elizabeth. Tutti gli amici e parenti della mia migliore amica,  erano intorno e lei, con le lacrime agli occhi, in quella sala ospedaliera e speravano in una bella fine, ma ormai nulla la poteva salvare.
Addio Elizabeth. E la mia vita continuò, senza la migliore amica che si possa avere. Sarà sempre nel mio cuore.

Considerazioni dell'autore
Ho cercato di spiegare con questo racconto qual'è per me il problema più sentito al mondo attuale: la droga, quella che i ragazzi di oggi usano per distrarsi, forse da problemi familiari o sentimentali, quella che viene usata soprattutto nelle discoteche per ballare con più passione. Ma la droga, anche se all'inizo potrà sembrare un aiuto, è una sostanza che diventa un'abitudine di cui non si riesce a fare a meno. E, essendo una specie di veleno, porta molto spesso alla morte, se non ci si cura.

Federica Baldan 3c